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NICK LA PUZZA. È il personaggio che mi ha dato una discreta visibilità. Direi che è stata una fortunata ispirazione. Ho sempre provato affetto per Nick Carter, il cartone di SuperGulp, i fumetti in tv. Da bambino, credo fosse il giovedì sera, restavo davanti lo schermo in attesa del programma. Perciò, direi che il nome è un omaggio a Nick Carter. Anche se, per dirla tutta, c'è pure il "Nick Belane" di Bukowski in Pulp. L'influenza di Bukowski su di me è stata fondamentale, ancora non sono guarito e non ne ho alcuna intenzione. Sul cognome... sono affascinato dai cognomi italo americani. Il punto di partenza, chissà perché, era Jack La Motta, il pugile. A me ne serviva uno più buffo, un cognome spazzatura, che suscitasse un ghigno istantaneo. Passai da Nick La Gnocca fino ad alcuni più triviali, poi pensai: Nick La Puzza. Era perfetto, almeno secondo il mio punto di vista. E lo era davvero, perché da quel momento in poi, le storie cominciarono a uscir fuori da sole. La Puzza è il povero cristo e il povero diavolo, colui che tenta di sopravvivere allo squallore di una società cinica e spietata. Nick oppone una filosofia sviluppata da questa resistenza personale verso quel che gli ruota intorno e che, inevitabilmente, gira nel senso contrario al suo. Nick La Puzza è un solitario nella metropoli sconfinata e dispersiva, un casco non omologato in una strada piena di buche. Nelle sue vicissitudini trionfa l'incomunicabilità con il prossimo, dove il prossimo è rappresentato da un'istituzione come dal vicino di casa, dalla donna del momento all'amica che riesce a provare non comprensione, ma solo un'avvilente compassione nei suoi confronti. A tal proposito, qualcuno mi disse che Nick appare caustico nei confronti dell'universo femminile. Ma lui è uno che non riesce a trovare risposte concrete alle proprie frustrazioni, le sue risoluzioni sono sempre momentanee e vengono smontate a ogni confronto. La Puzza in realtà subisce le donne e le donne lo subiscono a loro volta, come nell'ambiente costruito intorno a lui, ogni individuo raggira perennemente l'interlocutore per dopo esserne soggiogato a sua volta. |


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Dalla quarta di AVVISIAMO LA GENTILE CLIENTELA: nato il 16 luglio 1966 in una città del Lazio, capitale di Stato, bagnata da un fiume, costruita su sette colli, della quale, però, preferisce non fare il nome per questioni di privacy.
Questo e poco altro. Del resto, se avessi un tono me lo darei. La vita, amici, è una lingua che io parlo male e che capisco ancora peggio. Le persone vanno prese a piccole dosi, come lo scrivano in questione.
Enrico
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Le mie Americhe. America come sogno, leggenda, viaggio, arte, vita. Ognuno (credo) suo malgrado, ne è impregnato. Amo la congiunzione che parte dal delta del Mississipi, passa per Nashville, tocca Memphis e dà origine al rock and roll. Amo il blues e i suoi puristi, il jazz. Broadway, Manhattan, i film. Così come amo la narrativa americana, Bukowski e Fante, Carver e Kerouac. Questa è la mia America. Se l’America è sogno, amo quei luoghi dove un certo tipo di cultura arriva, parte e torna. Perciò, amo la musica inglese dei decenni trascorsi e che da Liverpool, Londra e ogni parte del Regno Unito arrivò negli Stati Uniti. Ognuno di noi nella sua mente conserva una mitologia che può chiamare America o in un altro modo, penso che esistano e coesistano tante americhe. Quella pulsante del centro del continente e l’America del sud, le sue popolazioni dignitose che conservano le proprie culture millenarie, nonostante i flussi e le contaminazioni occidentali. Questo patrimonio artistico e culturale resiste al tempo, nello stesso modo naturale e faticoso con cui noi viviamo e lo percepiamo. I miei scritti, volenti o nolenti, risentono di tutto ciò, anche quando non ne tratto direttamente o implicitamente. Nei miei racconti si ripetono (me ne sono reso conto da poco tempo) fermate di autobus e metropolitane, mercati rionali e supermercati, luoghi comuni a molti altri posti del mondo eppure ognuno con un proprio animus. Nei mie romanzetti porto le cose che ho letto dai maestri della narrativa (o quelli che io ritengo tali), luoghi che ho visto o immaginato. Se c’è qualcosa di buono nelle cose che scrivo è dovuto soltanto a tutto ciò.
Enrico Mattioli |
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Editoria. Chi non ha un passaggio in televisione non esiste. La televisione inventa la verità. La televisione governa, tiene unita una nazione. Se queste equazioni sono vere (e lo penso) non c’è da esserne granché orgogliosi. Credo sia opportuno coniare il termine orgoglione, in questo caso, cioè il fesso contento. Un’identità nazionale garantita da una scatola. La televisione sposta opinioni, indirizza, decide e delibera. Questa macchina infernale si occupa delle masse, le minoranze non sono abbattute, basta non parlarne. E se non ne parli, appunto, non esistono. Il mio pensiero è che la situazione del’editoria, oggi, è simile, se non identica. La televisione sta all’editoria come le masse stanno a se stesse. Ovviamente, la televisione è potere, l’editoria è in crisi. Ergo: l’editoria cerca la televisione. È l’unica soluzione rimasta? Gli scrittori sono un popolo in esilio anche dall’unico posto dove dovrebbero risiedere legittimamente: le librerie. Simili ormai a dei supermercati, trovi i libri degli autori nelle scaffalature, esposti di dorso. Se cerchi Pasolini o Bianciardi, devi proprio entrare per loro o chiedere di loro. Ben in evidenza, esposti sui banchi a portata di ognuno, trovi invece tutto di tutti. Libri di ricette e biografie dei personaggi del momento, e se vuoi farti una cultura o restare aggiornato su temi di attualità, puoi sempre sfogliare le pagine dell’ultima fatica del giornalista televisivo, più che altro appendici e ampliamenti dello stesso format che conduce ogni giorno in tv. Più di vent’anni d’esperienza nel settore commercio, mi hanno insegnato che se non esponi non vendi (le minoranze non sono abbattute, basta non parlarne).
Cito di sana pianta il libro di Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini: Il libro mio me lo pubblico io (scaricabile in pdf gratis dal link allegato in rosso e ordinabile in versione cartacea a questo indirizzo mail StradebiancheStampaAlternativa costo 9 €).
Andiamo a leggere quello che scrivono i due delinquenti:
“Supponiamo che la casa editrice decida di pubblicare il tuo libro e di venderlo ad un prezzo di 15 euro a copia. Allora i suoi ricavi saranno appunto 15 euro moltiplicati per il numero di copie che riuscirà a vendere, per esempio, se vende mille copie, avrà un ricavo di 15.000 euro; se ne vende duemila, di 30.000 euro, se ne vende diecimila (in questo caso il libro sarà classificato come bestseller), ricaverà 150.000 euro. Benissimo: tieni conto di un fatto importante: i ricavi dipendono dal numero di copie vendute, ossia zero copie, zero ricavi, come è logico che sia. Vediamo adesso i costi. Per ogni libro venduto l’editore dovrà pagare a te, l’autore, i diritti, supponiamo l’8% del prezzo di copertina: 1,20 euro. Per ogni copia pagherà allo Stato l’IVA del 4% ovvero 0,60 euro. Per ogni copia dovrà poi pagare ad un signore che si chiama distributore tra il 60% e il 70% del prezzo di copertina, a seconda del tipo di editore che è, cioè, nel peggiore dei casi, 10,50 euro. Una enormità, mi dirai tu, ed è vero, però la deve pagare, sennò il libro non arriva in libreria. Quindi, facendo una botta di conti, l’editore avrà ricavi per 15 euro per copia venduta e spese per 1,20+0,60+10,50 = 12,30 euro, insomma guadagnerà circa 2,70 euro per ogni copia venduta. Tutto qui? No, il libro va stampato, e la stampa costa: poco, ma costa, diciamo 1,50 euro a copia. Quindi il guadagno dell’editore si riduce a 2,70-1,50 = 1,20 euro a copia venduta. Un po’ pochino, penserai tu. L’editore maneggia una bella quantità di soldi, ma in mano alla fine gli rimangono solo le briciole. Non è così. È molto peggio. Un altro stralcio: se l’editore fosse un donchisciotte che non si preoccupa di perdere soldi, ma vuol pubblicare libri che ritiene meritevoli, troverebbe un ostacolo nel distributore, il quale non accetta di trattare un titolo che non gli faccia prevedere un certo guadagno. In fin dei conti, sono i distributori e non gli editori a decidere quali libri si pubblicano e quali no. E quali libri si pubblicano? Quali pubblicheresti tu se ti chiedessero di garantire una certa vendita? Quelli di persone famose, magari nemmeno scrittori, ma che solo con il loro nome e con la curiosità suscitata dalla loro attività e dalla loro vita attirano lettori. Ed ecco il perché vedi pubblicati i romanzi di tutti i comici o intrattenitori che hanno avuto un certo successo alla televisione, o di quei personaggi che hanno fatto parlare di sé, magari con amorazzi e scandaletti, o di persone estremamente famose. E la letteratura? Non interessa a chi deve, prima di tutto, fare profitto”. Il libro mio me lo pubblico io - Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini -
Ora, se non volete farvi del male vi invito a non leggerlo, ma è sempre meglio che chiudere le orecchie e foderarsi gli occhi, anche perché nel libro i due forniscono soluzione alternative come la pubblicazione su portali tipo ilmiolibro.it e soprattutto, ciò che rappresenta la nuova frontiera, cioè l’ebook, pubblicando su circuiti internazionali come Amazon, dove l’autore può arrivare in ogni parte del mondo senza l’editore. Questo apre la questione apocalittica: si può essere scrittori senza l’editore? Si può aggirare il circuito composto da editori, distributori e librai? Qualcuno sosterrà legittimamente che intorno a tutto questo c’è tanta gente che lavora. Commessi delle librerie, personale delle case editrici, stampatori e tutta la fauna dell’ambiente. Vorreste mandarli a casa? Battiato docet, permettetemi: non è colpa mia, se esistono carnefici, se esiste l’imbecillità, l’editoria contemporanea mi butta giù.
C’è dell’altro. Chi pubblica con i portali è colui che è stato scartato dagli editori. È un rancoroso, un dimenticato, uno che cavalca l’unica tigre che ha incontrato (provateci a cavalcare Baraghini o Bianciardi, provateci voi, davvero!). Ricordate che poche righe sopra ho scritto della similitudine tra editoria e televisione: chi non ha un passaggio, va a piedi. Ecco. Quelli come me, vanno a piedi (con le scarpe strette quando va bene).
Ah, e poi un’ultima cosa: make love, scopa un po’ di più, Mattioli!
La letteratura e la narrativa, sono le forme d’arte più povere. Non hai la voce, non hai immagini, non hai una colonna sonora, non hai una presenza né una forma. Paradossalmente, è l’espressione artistica in cui l’interazione con lo spettatore (il lettore), è maggiore. Siate sinceri: più faticoso leggere un libro o guardare un film o ascoltare musica? È l’arte in cui il rapporto che si crea con chi fruisce delle parole è più intenso, profondo, intimo: reading letterari a parte, avete mai letto un libro in compagnia? A parte la messa, s’intende. E però, devo ammettere che quella fu una grande intuizione, lo è da più di duemila anni.
Io continuo ad andare a piedi. La polvere delle strade sterrate come lo smog e il traffico delle grandi arterie saranno meno nocivi di quanto scritto in questa pagina. Ci si vede lungo strada.
Saluti
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